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Piccoli bulli crescono
Il nome che abbiamo deciso di dare a questo articolo è la parafrasi di un famoso libro di letteratura per ragazzi: “Piccole donne crescono” ed ha un doppio significato: da una parte il sottolineare la crescita allarmante del fenomeno e dall’altra il voler rimarcare il possibile evolversi nell’età dell’adolescenza e poi in quella adulta dei soggetti coinvolti in episodi di bullismo nell’età scolare.
Con il termine “bullismo”, dall’inglese bullying, viene designato il fenomeno delle prepotenze perpetrate, nell’ambito di una classe, una scuola o di un quartiere, da alcuni ragazzi nei confronti di altri, le loro vittime. Il termine bullismo viene utilizzato sia per indicare i persecutori che le vittime ed è un fenomeno sommerso più diffuso e cruento di quanto non si creda; un’autentica forma di oppressione, in cui un bambino o un’adolescente sperimenta, ad opera di un compagno prevaricatore, una condizione di profonda sofferenza, grave svalutazione della propria identità, crudele emarginazione dal gruppo. Si tratta di una situazione che rimane per lo più al di fuori del controllo degli adulti, che generalmente la ignorano o la sottovalutano perché abbagliati dallo stereotipo dell’”Età dell’innocenza” ed impreparati a riconoscere manifestazioni così spietate di oppressione e persecuzione fra i ragazzi.
Negli ultimi anni, in Italia e non solo, si registra un diffuso malessere da parte dei giovani, che spesso sfocia nella commissione sempre più frequente di azioni di inciviltà e di prevaricazione arrivando a tradursi, in casi più gravi, in atti penalmente rilevanti. Non è però sempre agevole individuare le problematiche di fondo delle attuali giovani generazioni. Tuttavia è possibile delineare alcuni elementi distintivi dei giovani d’oggi, in quanto ogni generazione riflette il particolare momento storico in cui è chiamata a vivere.
E’ indubbio che la società attuale sia foriera di molteplici vantaggi a favore degli individui, ponendoli sempre più al centro di svariati stimoli e sollecitazioni che permettono loro di ampliare il livello di conoscenza, costringendoli ad essere riflessivi e a confrontarsi con situazioni diverse. Ma è anche vero che oltre a questi aspetti positivi, la modernità comporta costi personali e sociali che spesso originano dalla difficoltà di orientarsi su questioni sia di grande che piccola entità nonché dalla difficoltà di conciliare aspettative maturate ed effettive possibilità, minando così certezze e punti di riferimento.
Tale situazione ha indubbie ripercussioni nella vita dei giovani, i quali spesso ricercano un continua ricerca di sé e delle proprie capacità in un nuovo ancoraggio, rappresentato il più delle volte dal “gruppo dei pari”, cioè dei coetanei. All’interno di tali gruppi i giovani possono sperimentare nuovi ruoli, nuove modalità relazionali, condividere valori e ricevere aiuto a livello emotivo, psicologico e comportamentale. Da questo punto di vista, l’adesione ad un gruppo implica il confluire in un “Noi” che offre sicurezza al giovane, poiché in esso si sente protetto e rassicurato dall’indefinitezza, dalla minacciosità della vita quotidiana e dal senso di profonda solitudine e inadeguatezza a fare ingresso nella vita adulta. Difatti, essere in tanti con l’illusione di condividere le medesime esperienze ed il medesimo territorio (la discoteca o il muretto) dà la sensazione che tutto accada all’interno di un unico corpo che assume su di sé tutte le responsabilità.
Tuttavia, se da un lato può accadere che un adolescente trovi nel gruppo dei pari un prezioso sostegno ed un referente determinante per la formazione della propria personalità, dall’altro può accadere che giovani con tendenze devianti si uniscano ad un gruppo in funzione della comune attitudine alla criminalità o che il coinvolgimento amicale con coetanei devianti sia un fattore che facilita l’assunzione di comportamenti rischiosi, trasgressivi, se non addirittura violenti. In quest’ultimo caso, la de-individualizzazione e l’identificazione con il gruppo trasformano quell’intima sensazione di impotenza nei confronti della società in un’illusione di onnipotenza ed invincibilità, che si cercherà in seguito di testare sperimentando, contro se stessi ma soprattutto contro altri (le vittime), comportamenti di sopraffazione e di violenza che diano visibilità ed efficacia al potere acquistato.
A tal proposito la devianza di gruppo può esprimersi a due livelli:
- Comportamenti di “disturbo”, di derisione e di insulto nei confronti dei coetanei o degli adulti, definiti di “aggressività lieve”
- Comportamenti di prevaricazione fisica e/o mentale, definiti come “aggressività violenta”
Nel primo caso si tratta generalmente di fenomeni antisociali di carattere transitorio, destinati a riassorbirsi con la crescita. Tuttavia in certi casi specifici questi possono rappresentare la prima fase di un processo il cui esito è la stabilizzazione di forme di devianza più gravi, alcune delle quali possono preparare l’ingresso alla criminalità. Un rischio del genere può concretizzarsi nel BULLISMO, un fenomeno sempre più diffuso in ambito scolastico.
DEFINIZIONE: con il termine BULLISMO si intende un’oppressione, psicologica o fisica, reiterata nel tempo, perpetuata da una persona o da un gruppo di persone più potente nei confronti di un’altra persona percepita più debole (Farrington D.P., in”Understanding and Preventing Bullying”, in Crime and Justice 12, University of Chicago Press, Chicago, 1993)
Il BULLISMO, oggetto di discussione del nostro seminario, è un fenomeno relativamente nuovo e che suscita profonde inquietudini in quanto rappresentato dal vistoso aumento di comportamenti violenti messi in atto da minorenni contro altri minorenni, molto spesso loro coetanei, compagni, amici. Le cronache dei quotidiani segnalano da qualche anno che anche luoghi tradizionalmente esenti da fenomeni significativi di violenza sono diventati contesto specifico di un particolare comportamento ispirato alla sopraffazione, quale il cosiddetto BULLISMO. Infatti gli episodi di BULLISMO avvengono prevalentemente all’interno della scuola: aule, corridoi, bagni sono gli ambienti privilegiati, accanto ai cortili, ai laboratori, agli spogliatoi della palestra e a tutti i luoghi isolati o poco sorvegliati dal personale scolastico.
Il BULLISMO, come espressione di devianza gruppale si svolge prevalentemente in ambito scolastico e nella fascia adolescenziale: quindi interessa soprattutto i soggetti che frequentano le scuole elementari e medie inferiori. Alla base della maggior parte dei comportamenti di sopraffazione c’è un abuso di potere e il desiderio di intimidire e dominare.
All’interno del fenomeno del BULLISMO si possono individuare tre caratteristiche essenziali affinché si possa effettivamente ritenere un’agito di bullismo:
- Intenzionalità della condotta vessatoria: il bullo agisce deliberatamente con il preciso scopo di predominare sull’altra persona e di arrecarle disagio o danno
- Persistenza nel tempo di tali atti: sebbene anche un singolo episodio grave possa essere considerato una forma di bullismo, solitamente le prevaricazioni sono frequenti e ripetute
- Relazione asimmetrica: tra il soggetto bullo che agisce intenzionalmente con lo scopo di ferire e mettere in difficoltà un compagno più debole e la persona-vittima dall’altra, la quale subisce la prepotenza senza avere la forza di reagire e di porre fine alla situazione di disagio
Il bullo agisce una prevaricazione ed una prepotenza finalizzata ad arrecare all’altro un danno, ovvero una sofferenza fisica o psicologica. A tal proposito si possono individuare tre tipologie di violenze tipicamente attuate nel contesto del suddetto fenomeno. In particolare il BULLISMO può assumere forma diretta, sostanziandosi in:
- Violenza verbale o emotiva: abuso verbale, bestemmia, imprecazione, insulto, comportamenti minacciosi, atteggiamenti violenti o tirannici, atti impositivi ed intimidatori tesi ad imporre la propria opinione o la propria volontà su quella degli altri
- Violenza fisica: aggressione fisica, spintoni, pugni, botte, taglieggiamento, minacce con armi
- Violenza razzista, etnica, sessista, religiosa ed omofobica: commenti pesanti, aggressioni verbali, insulti, crudeltà mentale, minacce, aggressione fisica, molestie, calunnie infamanti, esclusione, ostracismo relativamente alle sopra citate aree della categoria.
Il bullo non agisce isolato ma può contare sulla cooperazione dei compagni, i quali possono partecipare direttamente al compimento dell’azione di sopraffazione o limitarsi ad incitare e a sostenere emotivamente il bullo, tale è detto il BULLISMO in forma indiretta. In alcuni casi, infatti, il bullo può contare anche, o solamente, su una cooperazione indiretta da parte di compagni che, pur non intervenendo fisicamente e verbalmente all’atto di prevaricazione, lo accettano tacitamente per non essere esclusi dal gruppo o restano totalmente indifferenti contribuendo con l loro comportamento a far calare il velo del silenzio e dell’omertà. Le prepotenze di tipo diretto, verbali e soprattutto fisiche si manifestano con più frequenza nei maschi e sono indirizzate indifferentemente verso maschi e femmine. Mentre le prepotenze di tipo indiretto sono agite prevalentemente dalle femmine, le quali utilizzano forme di prevaricazione meno eclatanti e visibili, indirizzate per lo più a vittime dello stesso sesso.
All’interno della dinamica del BULLISMO si possono così individuare e distinguere anche le cinque figure tipiche partecipanti alla violenza gruppale:
- Il bullo
- La vittima
- L'aiuto del bullo o gregario
- L'outsider, cioè l'indifferente
Il bullo: è il persecutore che agisce da ideatore e protagonista delle angherie commesse. Ciò che lo spinge a mettere in atto tali dinamiche è il suo bisogno di potere e autoaffermazione, portandolo a provare soddisfazione nel sottomettere e controllare gli altri. Il bullo classico nell’immaginario collettivo gode di un’elevata autostima, è solitamente impulsivo, irascibile, con una bassa tolleranza alle frustrazioni e difficoltà rispetto alle regole. Egli è incapace di porsi nei panni della vittima e di comprendere i sentimenti di disagio dell’altro. Inoltre non riflette sulle conseguenze delle proprie azioni, ne prova sensi di colpa per le prevaricazioni commesse. Infatti il più delle volte il bullo è pronto a giustificare il proprio comportamento rifiutando di assumersi le proprie responsabilità. Solitamente questo soggetto approva la violenza come mezzo per ottenere ciò che vuole, oltre che come espediente per conquistare un maggior prestigio presso i coetanei.
La vittima: accanto alla classica vittima del bullo classico, pare sia rilevabile anche la presenza della vittima provocatrice. Di solito è maschio ed è un soggetto ansioso ed insicuro, con bassa autostima, che provoca gli attacchi e spesso risponde ad essi contrattaccando le azioni dell’altro con la forza. Proprio per la caratteristica di subire e allo stesso tempo di agire prepotenze, la letteratura utilizza anche la definizione di bullo-vittima. Tale soggetto si distingue per iperattività, impulsività, irrequietezza, accompagnate talvolta da immaturità e problemi di concentrazione. Spesso assume comportamenti e abitudini che irritano e infastidiscono i compagni, provocando tensioni all’interno del gruppo-classe e suscitando le reazioni negative non solo dei bulli ma anche degli altri studenti e perfino degli adulti.
Quanto alle cause degli episodi di prevaricazione all’interno delle scuole non esiste ancora una chiara lettura. Difatti pur essendo diffuso nelle scuole di tutti i paesi del mondo, il BULLISMO risulta essere un fenomeno di difficile esplorazione sociologica e psicologica in quanto fenomeno sommerso. Tra i fattori che permettono tale sommersone e che dunque ne ostacolano una più approfondita indagine ritroviamo i più significativi:
- Le reticenze dei giovani coinvolti, soprattutto delle vittime che hanno paura di riferire gli episodi perché temono rappresaglie e vendette;
- La scarsa collaborazione dei presidi e degli insegnanti delle scuole che spesso sottovalutano il fenomeno per mancanza di informazioni e utili modalità di intervento;
- La tendenza da parte di un’ampia fetta dell’opinione pubblica a minimizzare certi episodi bollandoli come semplici “bravate”.
I primi dati statistici sul bullismo
Le prime ricerche sull’argomento sono state effettuate in Norvegia, dove, alla fine degli anni ’70 si verificarono una serie di suicidi di bambini di età diversa, in situazioni totalmente indipendenti che lasciarono dei biglietti in cui motivavano il loro gesto estremo dalla sofferenza provocata dai continui abusi e prepotenze da parte dei compagni di scuola. L’eco che questi fatti di cronaca ebbero su giornali e televisione costrinsero il governo a stanziare dei fondi nazionali per coordinare una ricerca nelle scuole. Questa ricerca fu affidata a Dan Olweus, professore di psicologia all’Università di Bergen in Norvegia, che è a tutt’oggi è considerato la massima autorità mondiale sull’argomento. Attraverso l’utilizzo di un questionario appositamente predisposto ed applicato ad un campione di 150.000 studenti norvegesi e svedesi, Olweus riscontrò che il bullismo coinvolgeva circa il 16% degli studenti della scuola primaria e secondaria (9% vittime e 7% persecutori)e che il fenomeno tenderebbe a diminuire tra gli 8 ed i 16 anni d’età.(Olweus, 1978-1991). Negli anni ’80, in Inghilterra, avvenne un fenomeno molto simile a quello scandinavo: un bambino di scuola elementare si suicidò dopo aver subito violenze e soprusi da parte di coetanei in classe. Così come era successo in Norvegia per Olweus, il governo inglese stanziò una notevole somma per studiare il problema nelle scuole del suo paese. Il progetto venne affidato al professor Peter K. Smith, psicologo dell’età evolutiva esperto in aggressività. A questi studi seguirono nel 1993 quelli condotti insieme a Whitney sempre in Inghilterra su un campione di circa 7000 studenti che riscontrarono come il 27% dei soggetti dichiarasse di essere stato oggetto di prepotenze da parte dei compagni di scuola. Negli ultimi anni, altri ricercatori in Europa, Canada, Australia e Giappone hanno studiato il fenomeno trovando percentuali che oscillano dall’8% dell’Irlanda al 15% della Spagna e al 12,5% del Giappone.
La prima definizione data da Olweus è la seguente:”Uno studente è oggetto di prepotenze o è vittimizzato quando è esposto ripetutamente, e per un certo periodo di tempo, ad azioni negative da parte di uno o più studenti. Tali azioni negative possono essere realizzate con contatto fisico (percosse di varia natura ed intensità), parole ingiuriose o gesti offensivi, ed un’intenzionale allontanamento o esclusione dal gruppo”Inoltre per parlare di bullismo ci deve essere uno squilibrio di forze (una relazione di potere asimmetrica). La letteratura internazionale sul fenomeno del bullismo è ormai ampia e ben documentata. Un primo punto risulta ormai universalmente acquisito: con il termine “bullismo” non ci si riferisce ad una situazione statica, in cui c’è qualcuno che aggredisce e qualcun altro che subisce, ma ad un processo dinamico, in cui persecutori e vittime sono entrambi coinvolti. Come pure risultano ormai accertati gli elementi caratterizzanti il fenomeno: intenzionalità, persistenza e disequilibrio. I primi due a carico di colui che compie l’azione prevaricatrice, il terzo distintivo della situazione nella sua globalità, in cui gli attori del dramma occupano posizioni diverse nelle scala del potere e del prestigio. Ma ciò che soprattutto emerge, e che è particolarmente preoccupante, è la stabilità nel tempo dei comportamenti rilevati. Come se persecutori e vittime, una volta insediatesi nei loro ruoli, non riescano più ad uscirne e continuino a recitare la stessa parte, pena la perdita della loro identità.
L’allarme che proviene da tutte le ricerche consiste nell’importanza di riuscire ad individuare il momento in cui un intervento è ancora possibile in modo da spezzare la perversa circolarità che sembra legare persecutori e vittime. Ricerche longitudinali hanno dimostrato le connessioni tra episodi di bullismo in età scolare e disadattamenti nelle età successive. Da queste indagini risulta che i bulli e le loro vittime risultano imprigionati nei loro ruoli, i primi diventando adulti asociali ed i secondi destinati all’abbandono scolastico, alla depressione ed in alcuni casi addirittura al suicidio. Non stupisce il fatto che bambini che hanno sistematicamente sopraffatto gli altri abbiano maggiori probabilità di continuare tale comportamento anche da adolescenti e da adulti, fino ad incorrere in condanne per azioni antisociali in quanto continuano ad essere portatori di quelle caratteristiche di aggressività, impulsività, irrequietezza, irritabilità che sono state alla base del loro comportamento prepotente a scuola ed anche a causa della “reputazione” che si sono fatti e che gli impedisce di agire diversamente da come gli altri si aspettano da loro. Non stupisce altresì che le vittime abitudinarie utilizzino dei meccanismi di difesa come mal di testa, mal di stomaco ecc. per evitare di recarsi a scuola, luogo che per loro risulta essere la principale fonte di frustrazione. Ne consegue un’alta percentuale di abbandoni scolastici e la relativa perdita di autostima e sicurezza che possono compromettere inevitabilmente la loro futura realizzazione professionale.
Il bullismo in Italia
Il fenomeno del bullismo risulta in Italia molto più elevato che altrove, sia per quanto riguarda la percentuale dei prepotenti che quella delle vittime. Si evidenzia, come in altri paesi, una significativa diminuizione del fenomeno nel passaggio dalla scuola elementare alla scuola media, che resta comunque più elevato che negli altri paesi europei ed extraeuropei presi in considerazione. Le vittime degli episodi di bullismo in Italia sembrano essere circa il 41% dei bambini che frequentano la scuola primaria per scendere al 26% nella scuola media. Confrontando questi dati con quelli di altri paesi come ad esempio quelli inglesi salta all’occhio che il fenomeno italiano ha indici quasi doppi.
Le caratteristiche della vittima e del bullo
Nella maggioranza dei casi il bullismo risulta essere ancora appannaggio quasi esclusivo dei maschi anche se esistono casi, sempre in numero crescente, in cui sono le femmine ad essere prevaricatrici, mettendo in crisi l’immagine tradizionale della donna portata più a ricevere prepotenze piuttosto che a farle.
Le vittime passivo-remissive generalmente sono:
- Ansiose
- Insicure
- Prudenti
- Sensibili
- Tranquille
- Hanno bassa autostima
- Debolezza fisica (nel caso di maschi)
Dati longitudinali indicano che le vittime passive-remissive, all’età di 23 anni, saranno più depresse e presenteranno una stima di sé più bassa rispetto ai coetanei che non hanno subito oltraggi.
Le vittime provocatrici generalmente soffrono di
- Problemi di concentrazione
- Insicurezza
- Mancanza di autostima
Rispetto alle vittime passivo-remissive quelle provocatrici sono meno esposte, nell’età adulta, alla depressione
I bulli sono:
- Aggressivi
- Impulsivi
- Poco empatici
- Bisognosi di dominare
- Fisicamente forti (nel caso dei maschi)
In generale i bulli sono individui con modelli di comportamento aggressivo combinato, nel caso dei maschi, con la forza fisica.
Per quanto riguarda lo stile educativo familiare che ha un ruolo nello sviluppo di modelli comportamentali aggressivi nei maschi gli studiosi hanno individuato tre diversi fattori:
- il comportamento del caregiver, nei primi anni di vita, caratterizzato da indifferenza, mancanza di affetto e di coinvolgimento emotivo
- Una difficoltà genitoriale nel porre limiti adeguati durante l’infanzia
- L’utilizzo di punizioni fisiche
Per quanto riguarda il quadro psicologico del bullo gli studiosi hanno individuato tre diversi fattori che caratterizzano la loro personalità:
- Bisogno di potere che lo porta a trarre piacere dal dominio e dall’esercizio dell’autorità
- Ostilità verso il mondo esterno che li induce a infliggere ingiurie e sofferenze
- Strumentalizzazione della vittima per tornaconto personale sia in senso diretto (soldi, sigarette, oggetti di valore) che indiretto ( fama e prestigio)
Bullismo perché?
Una delle domande principali alle quali gli studiosi hanno cercato di dare una risposta è: “Quali sono le cause del bullismo?” è a tutt’oggi senza risposta. I più recenti studi di psicologia dello sviluppo relativi ai fattori di rischio, in quanto il bullismo predispone al rischio psicosociale sia chi lo agisce che chi lo subisce, rifiutano ipotesi esplicative deterministiche ed unicausali a favore di modelli probabilistici e multicausali. Nuove ricerche hanno messo in risalto il peso degli stili educativi parentali nell’emergere del bullismo, attribuendo particolare peso alla coercizione ed alla permissività. Altre hanno ritenuto responsabili del comportamento prepotente caratteristiche di personalità come l’aggressività, l’impulsività, la scarsa empatia ed un generico atteggiamento positivo verso la violenza come invece caratteristiche comuni delle vittime un atteggiamento ansioso, di scarsa autostima e di insicurezza generale Ciò che bulli e vittime hanno in comune è una piattaforma disadattiva che però è articolata in direzioni differenti. Entrambi i gruppi si differenziano dai compagni non coinvolti nel fenomeno per evidenti connotazioni maladattive che si manifestano nei bulli con disturbi nella condotta e nelle vittime con ansia e depressione. Per ciò che concerne le rappresentazioni mentali nei confronti del “diverso”, sia i bulli che le vittime rivelano scarsa plasticità, povertà strutturale rappresentativa e scarsa capacità di tenere conto delle caratteristiche dell’altro nel dosare il grado di intimità nei suoi confronti.
Per ciò che riguarda le caratteristiche del contesto familiare i bulli descrivono una situazione caratterizzata da permissivismo e scarso controllo mentre le vittime descrivono un ambiente iperprotettivo ed eccessivamente coeso. Le amicizie dei bulli sono prevalentemente con altri compagni prepotenti e quelli delle vittime con altri bambini che per qualche motivo condividono il loro medesimo status. Per quanto riguarda la capacità di riconoscimento delle emozioni sui volti altrui, le vittime rivelano una competenza inferiore a quella dei bulli ed una scarsa padronanza della grammatica emotiva. L’unica emozione che fa eccezione è la felicità rispetto alla quale sia i bulli che le vittime si trovano allineati su livelli significativamente inferiori a quelli del gruppo di controllo. Anche la capacità di raccontarsi appare scadente nelle vittime, che rispetto ai bulli producono storie meno complete ed utilizzano uno stile narrativo meno evoluto. L’unico punto in cui sono i bulli a differenziarsi dalle vittime e dal gruppo di controllo in senso negativo è quello che riguarda il disimpegno morale dove raggiungono punteggi particolarmente elevati per quanto riguarda il meccanismo della deumanizzazione.
Il Bullismo: che fare?
Se la presenza del fenomeno del BULLISMO risulta fortemente correlata al clima e alla dinamica interna al gruppo, quando si ipotizza o ci si sofferma sul piano degli interventi diventa dunque prioritario agire a livello di classe e di sistema scolastico nel suo complesso. Questo allo scopo di incidere sia sulle dinamiche interne al gruppo-classe, sia sulle componenti interpersonali che sono alla base di condotte riprovevoli e di relazioni negative tra i compagni. Fra gli approcci più diffusi per aiutare i bambini che presentano difficoltà di comportamento e di relazioni sociali vi sono i cosiddetti “training formativi per il miglioramento delle abilità sociali” (social skill training):
Gli assunti teorici di questi programmi sono tre:
- Un bambino che presenti difficoltà nelle relazioni con i coetanei manca di abilità sociali
- Il bambino può acquisire queste capacità attraverso uno specifico training formativo
- Grazie alle nuove acquisizioni le relazioni sociali del bambino migliorano
Ad oggi gli interventi contro il BULLISMO a scuola tendono a connotarsi verso un approccio più globale, in cui l’attenzione viene focalizzata oltre che sul bambino attore o vittima di prepotenze, anche sull’intera comunità scolastica. Questo approccio, integrando al suo interno le esperienze e le tecniche del social skill training sopra citato, cerca di attivare processi di cambiamento a molteplici livelli dell’esperienza scolastica (dalle regole della comunità, alle norme del gruppo-classe e dei singoli). Il progetto di un intervento di questo tipo presuppone innanzitutto il coinvolgimento attivo della suola e delle diverse componenti scolastiche: insegnanti, alunni, genitori e personale non docente. L’esperienza di training si sviluppa in un periodo di circa tre mesi durante l’anno scolastico ed assumendo una caratterizzazione di tipo curricolare sperimentato a livello gruppo-classe. Attraverso il lavoro curricolare si intende perseguire due importanti obiettivi:
- Avviare un processo di consapevolezza nei ragazzi sul problema delle prepotenze;
- Modificare gli atteggiamenti e costruire un sistema di regole e di comportamenti contro le prepotenze.
In concreto tale sessione trimestrale prevede lo svolgimento di attività a partire da stimoli letterari, cinematografici, televisivi, di role-playing e teatro. Il tutto ha la finalità di sviluppare negli interessati maggiore consapevolezza sulla problematica e di portarli all’elaborazione di strategie personali e collettive per la riduzione del fenomeno in questione. Di seguito verranno presentate brevemente le finalità didattiche per ogni specifica tipologia di attività scelta per il programma d’intervento.
- Letteratura: presentazione di un brano letterario come stimolo di discussione e riflessione per una progressiva acquisizione di consapevolezza sul problema delle prepotenze.
- Cinematografia e televisione: presentazione di tre videocassette rispettivamente sul problema delle prepotenze tra coetanei, sul rapporto tra determinati rituali scherzosi e aggressione o umiliazione vera, sul ruolo di coloro che osservano le prepotenze agite o subite dagli altri, per stimolare l’elaborazione dei contenuti con conseguente dibattito su ipotetiche strategie di comportamento.
- Role-playing e teatro: sperimentare situazioni di prepotenza tramite delle simulazioni in vivo come stimolo ad affrontare il problema da vari punti di vista (emotivo, comportamentale e psicologico).
La sperimentazione di tecniche di intervento contro il BULLISMO in Italia si colloca in questa tradizione di ricerca, sebbene essa si differenzi dalle altre realtà straniere per numero di scuole coinvolte. Mentre nei paesi del Nord Europa gli studi sull’efficacia di strategie ANTIBULLISMO sono stati realizzati su larga scala, in Italia tali esperienze risultano circoscritte a singole scuole o realtà locali particolarmente sensibili (provincia di Lucca).
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Ringrazio Sara Maria Prencipe per la collaborazione nella stesura dell'articolo